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Memorie di una foglia morta

All’inizio ci fu la luce. Un’immensa e vitale luce, accompagnata da una gradevole sensazione di calore. Ho poca memoria di quando sono nata, come germoglio. Poi, man mano i ricordi si fanno più vividi e intensi. Più crescevo più diventava forte la mia consapevolezza di essere una parte di qualcosa di più grande. Nacqui in una tiepida mattina di primavera. Io, piccola foglia, che giorno dopo giorno, crescevo insieme alle mie sorelle, uniche e indivisibili da nostra madre, l’albero. Fragile creatura collegata a qualcosa di forte e possente. Io ero una foglia, ma ero anche il ramo su cui crescevo e il fusto su cui mi innalzavo e le radici che lo sorreggevano. La pianta, la linfa vitale, la Vita. Ricordo i primi giorni, come qualcosa di semplicemente meraviglioso. Sentivo l’energia di nostra madre attraversarmi e nutrirmi, e percepivo chiaramente l’energia vitale che attraversava e nutriva lei. Ricordo le giornate di sole, di quando iniziai fin da subito, ad accoglierne la luce per catturare l’aria e trasformarla in nutrimento per nostra madre, per me. Poi arrivava la notte, la luna e le stelle ci sorridevano, accompagnando il nostro dolce riposo cullate dal vento. Ricordo le fresche mattine, quando mi svegliavo ricoperta di rugiada e di gioia di vivere. Ricordo anche le giornate di pioggia, quella fine fine che accarezzava il mio essere, o quella intensa e potente che a ogni goccia mi faceva traballare, ricordandomi che tutto poteva finire in qualsiasi momento. Ricordo mia madre, nel pieno delle forze, carica di energia. I primi fiori, i primi frutti. Poi arrivarono gli insetti, che iniziarono a nutrirsi delle mie sorelle, ma prima che intaccassero anche me, arrivarono gli uccelli che si nutrivano con essi. Vita che muore per nutrire altra vita, in un ciclo di eterna trasformazione. Quando capii tutto questo, ero ormai una grande foglia matura. Poi i giorni iniziarono a essere più brevi e meno luminosi, e le notti più lunghe e fredde. Sentivo chiaramente, che l’energia che prima avvolgeva e nutriva me e le mie sorelle si stava affievolendo giorno dopo giorno. Poi venne il distacco. Una dopo l’altra le altre foglie, le mie sorelle, ingiallivano per poi staccarsi e volare via in balia del vento. Quando successe anche a me, non ho sofferto. Ero pronta. Erano giorni che non sentivo praticamente più nessun tipo di contatto con mia madre. La forza vitale che mi collegava ad essa era ormai un ricordo, e io mi sentivo debole e fragile. Fu un attimo, poche giravolte in cielo e mi ritrovai appoggiata su un’altra pianta. Era molto piccola e piena di fiori. Subito mi rallegrai, contenta di poter ammirare di nuovo tanta vitalità, in un essere simile a me. Ma durò poco. Io non ero collegata a quella pianta, la vedevo crescere, ma non la “sentivo”, parlavamo due lingue diverse. Ignara del destino delle mie sorelle, mi sentivo sola e abbandonata. Un nuovo e inaspettato soffio di vento mi portò via da quella strana situazione e mi ritrovai appoggiata su un muretto, con uno strano essere che mi osservava attraverso uno strano oggetto. Di fianco al muro scorreva il fiume. E finalmente, un’ultima brezza, mi ha fatto scivolare dentro. E ora senza forze e avvolta da questa nuova energia, trasportata dalla corrente in balia dei miei bellissimi ricordi, posso finalmente lasciarmi andare. E’ ormai giunto il mio momento, sono pronta. Sta arrivando la mia fine, il mio nuovo inizio, e finalmente lo so, rivedrò la luce.

 


Progetto “Impressioni urbane”  – episodio 9

“Impressioni urbane è un intreccio di immagini e parole, nel tentativo di descrivere in modo alternativo luoghi, situazioni e dettagli metropolitani”

Testo di Fulvio Giordano

Fotografia di Marco Galletto 

 

La nostra società è profondamente radicata nel presente ed è quindi abbarbicata al mito della giovinezza.
Non si riesce a concepire la fine, o il modificarsi, di un ciclo vitale;
invecchiare e morire è considerata una cosa da perdenti.

Loredana Lipperini

 

 

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